| L’esuberanza triste L’antinomia è la contraddizione reale o apparente di due concetti. Ovvero, nella linguistica corrente, rappresenta una contraddizione in termini. Perciò l’esuberanza non potrebbe essere mai triste e la tristezza non potrebbe essere mai esuberante. Bene. Eppure conobbi, anni fa, un ragazzo che era la rappresentazione vivente di tale antinomia. Si chiamava Claudio e aveva circa diciotto anni. Lo avevo conosciuto in un villaggio vacanze in cui faceva l’animatore. Familiarizzammo subito come era normale poiché il ruolo e il compito degli animatori è proprio quello di socializzare con gli ospiti e mettersi a loro disposizione per far trascorrere piacevolmente e in allegria il soggiorno. Era un vulcano d’idee, sempre pronto a stare tra i piedi e scherzoso al massimo. Alto e magro, con un viso simpatico circondato da folti capelli riccioluti, e con due occhi enormi neri e pungenti. Un sorriso dei più accattivanti. Non stava mai fermo e rideva sempre. Parlava di continuo e pur di chiacchierare, raccontava sciocchezze e futilità. Oppure cercava di raccontare barzellette anche accorgendosi che non faceva ridere nessuno. Claudio era una vera persecuzione. Doveva e voleva farti divertire a tutti i costi. Te lo trovavi vicino pure nei momenti meno adatti. Cominciava a parlare e sapevi quando iniziava, ma non avresti mai saputo dire quando avrebbe finito. Se mostravo di non sollazzarmi troppo, era inquieto, avrebbe fatto le capriole e i salti mortali per vedermi ridere. Tanto che a volte lo facevo per compiacerlo. -Signora si sta divertendo? - -Sì sì certo, mi diverto, qui tutto è piacevole. - -Anche suo marito si diverte? - -Oh lui poi! - Avrei voluto dirgli che si divertiva molto di più quando non lo assillava, ma questa verità dovevo tacergliela. -Stasera balleremo e poi giocheremo. Dovete partecipare! Ci vediamo nel padiglione davanti all’anfiteatro. - -Sì Claudio non mancheremo, balleremo e giocheremo. - Sembravamo dei condannati al divertimento! Il nostro animatore ne faceva una questione di principio: o noi ci divertivamo o ne andava del suo onore! La mattina, a tutti i costi, dovevamo partecipare alle gare di nuoto. Poi anche se volentieri avrei preso il sole sdraiata, mi obbligava a partecipare alle partite di minigolf. Insomma era un vero tormento! Talora gli sorprendevo negli occhi una tristezza infinita: -Che c’è Claudietto? Che ti è successo? - -Oh niente signora! Ho parlato al cellulare con mia madre. - -E perché sei triste - -Perché mia madre non vale una cicca e mi tormenta! - Mi aveva raccontato che i suoi genitori erano divorziati. Per non vivere più con nessuno dei due, conseguito il diploma di perito turistico, se n’era andato a lavorare lontano dalla propria città. Negli alberghi e nei villaggi vacanze lo avevano sempre assunto. La madre lo pregava di tornare a casa e d’iscriversi all’università, ma non voleva ascoltarla. La disprezzava, attribuendole la colpa della separazione dal marito. -E’ una stupida, signora, ha sempre rovinato l’esistenza di mio padre. - I suoi lineamenti si contraevano quando diceva così. Poi tornava il buontempone di sempre, ma un’eterna malinconia accompagnava il suo bel viso. -Claudio, telefona alla mamma, oggi è Ferragosto - mi azzardavo a dire. -A quella non telefono. Ho già parlato con mio padre. - -Ma povera mamma sarà sola!- Cercavo di fare l’avvocato del diavolo. -No, non è sola. Sta con mia sorella che è handicappata. - A questo punto, le lacrime gli riempivano gli occhi, ma le ricacciava iniziando a raccontare un cumulo di sciocchezze. Rideva e cercava di fare il buffone. Una volta aveva fatto uno scherzo a un ragazzo del villaggio che dormiva con lui, facendogli trovare un drappello di rane nel letto. L’amico, anch’egli animatore, si chiamava Gigi ed era basso e ciccione. Insieme, formavano un bel duetto. Una sera, dalla nostra stanza, avevamo udito delle urla sovrumane. Claudio aveva attuato il suo diabolico piano. Infatti, accingendosi a dormire, Gigi aveva avvertito nel letto qualcosa di morbido e viscido che si muoveva saltellando. Aveva guardato sotto le lenzuola e si era accorto che si trattava di piccole, ripugnanti ranocchiette. L’urlo del malcapitato aveva squarciato la serena notte lunare del villaggio! Poi era balzato dal letto come morsicato dalla tarantola e comprendendo chi fosse l’autore del misfatto, si era precipitato addosso all’amico, ma quello era scappato via all’istante. Si erano inseguiti per i viali alberati e recintati da magnifiche aiuole. Claudio fuggiva come se stesse disputando la finale olimpica dei cento metri piani. La corsa però terminò quando inciampò e andò a finire dentro uno splendido cespuglio di rose. -Claudio, ma che hai combinato ieri notte?- gli avevo chiesto, avendo già appreso l’accaduto. Infatti, nei villaggi vacanze, le notizie volano di bocca in bocca con la velocità della luce. -Ah, ah, ah, ah. Mi sono tutto spinato in mezzo alle rose!- aveva risposto allegro. -E che c’è da ridere?- avevo incalzato. -Gigi è uno scemo, signora. Gli ho messo le rane nel letto, ma ha reagito come se gli avessi rifilato una legione di diavoli! A tali dichiarazioni, avevo riso anch’io. Spesso squillava il suo cellulare e lui rispondeva dicendo: -Uff! E’ quella seccatrice di mia madre! - Poi, dopo aver ascoltato per mezzo minuto, replicava: -No mamma, non torno, non torno! E’ inutile che chiami e mi tormenti. - Quando riponeva il telefonino, nei suoi occhi vi era tutta l’infelicità del mondo. Subito dopo, ricominciava a fare il buffone, a correre, a preparare giochini d’intrattenimento. -Claudio, perché non vai per qualche giorno a casa? Fai felice la mamma e poi ritorni qui a lavorare. - Mi sforzavo di fargli intendere in qualche modo le ragioni del cuore di una madre. -Scherza signora? Non ci vado neppure morto! - Voleva dare ad intendere di odiare quella donna. Per altro diceva d’essere un gran rubacuori, di avere ogni settimana una nuova ragazzina su cui aveva messo gli occhi e che spasimava per lui. Naturalmente erano tutte fantasie e stupide vanterie. Una mattina al villaggio, Claudio non c’era più. L’aria non risuonava delle sue risate argentine e una strana calma regnava ovunque. Non lo vedevo sfrecciare a destra e a manca e chiesi a un inserviente del bar, dove fosse. -Non lo sa? Oh! E’ accaduta una cosa gravissima!- fu la preoccupante risposta. Il cameriere aveva gli occhi bassi e un’espressione funerea. -Ch’è successo?- incalzai. -Gli hanno telefonato che sua madre e sua sorella sono morte in un incidente d’auto! Sentii il cuore fermarsi per un attimo. Credo di essere rimasta senza parole e d’aver detto brevi, vane frasi di cordoglio. Adesso Claudio era ritornato dalla sua mamma. L’aveva accontentata. L’aveva fatto quando ormai era troppo tardi. |